La profezia che si autoavvera…a CASA e a SCUOLA.

Lo studio di Rosenthal e Jacobson (1965)

Uno degli studi più interessanti relativi a questo argomento è stato svolto proprio nel contesto scolastico.
Negli anni ’60 Rosenthal ideò un esperimento di psicologia sociale per valutare gli effetti delle aspettative degli insegnanti sul rendimento scolastico degli allievi di una scuola elementare. I risultati osservati attraverso la ricerca permisero di comprendere meglio il cosiddetto “effetto Rosethal”, o effetto Pigmalione, un esempio di profezia che si autoavvera.

L’ESPERIMENTO
I ricercatori comunicano agli insegnanti il nome di alcuni bambini della classe che hanno ottenuto punteggi elevati ad un test psicologico (che in realtà non esiste); tali bambini vengono dunque presentati come particolarmente dotati. In realtà i nomi sono stati scelti in maniera casuale. I ricercatori misurano poi il QI (quoziente intellettivo) degli alunni delle classi che partecipano allo studio. Trascorso un anno, ripropongono ai bambini il test del QI.

RISULTATI
Gli alunni identificati come promettenti, e in particolare quelli delle prime due classi, mostravano un miglioramento significativo al punteggio del QI.

CONCLUSIONI
Le aspettative che gli adulti si creano sui bambini sono un elemento importante del processo educativo e hanno un ruolo nel determinare l’andamento scolastico degli studenti, positivamente o negativamente1. Naturalmente la faccenda è molto più complessa! Le variabili in gioco sono molte, non soltanto le aspettative di insegnanti, educatori ecc. Ma anche queste hanno il loro peso ed è bene prenderne consapevolezza.

Dunque ciò che ci aspettiamo dagli altri ha un impatto sul loro comportamento e a volte LA PROFEZIA SI AUTOAVVERA. Abbiamo detto che questo vale nel bene e nel male. Infatti ne stiamo parlando con un obiettivo ben preciso: che siate insegnanti, educatori, genitori, con questo articolo non si intende giudicare  atteggiamenti e strategie educative; lo scopo è riflettere insieme, divenire più consapevoli di come “funzioniamo” nelle relazioni e individuare le strategie che ci permetteranno di accompagnare al meglio bambini e ragazzi nel loro percorso. Come al solito, il modo migliore per comprendere una situazione è fare un esempio e provare a immedesimarsi, nelle emozioni e nei pensieri, nei vari protagonisti della relazione.

Situazione tipo: lo studente che non si applica (abbastanza).
Vediamo due modalità di reagire a questa situazione. Ribadiamo sempre che la complessità è alla base del nostro comportamento e dunque quello che vedremo è necessariamente una semplificazione, che può rappresentare comunque un buon punto di partenza per divenire consapevoli di determinate dinamiche.

Come già detto la situazione è certamente più complessa. Nel primo caso, il circolo virtuoso non si instaurerà in poco tempo se i livelli di motivazione dello studente sono molto bassi. Non è facile non arrabbiarsi, “nascondere” una delusione, sopratutto quando ci rendiamo conto che chi abbiamo di fronte ha le capacità per poter fare di più! Quello che conta è riuscire a sganciarsi dall’idea che lo studente che non si impegna abbastanza lo faccia di proposito. Possono esserci infiniti motivi per cui questo accade e per quanto a noi possano sembrare futili, non lo sono per il diretto interessato. Se continuiamo a pensare che bambini e ragazzi “non ce la faranno”, non saranno certo loro a sviluppare magicamente fiducia in loro stessi. Se  continuiamo a sostenere, convincendo anche loro, che sono dei “fannulloni”, perché dovremmo aspettarci che abbiano voglia di mettersi in gioco?

Ci stiamo rendendo conto che gli effetti delle aspettative riguardano qualsiasi relazione e diversi contesti. Molte ricerche sono state svolte rispetto alle aspettative che i genitori nutrono nei confronti dei figli. Si è parlato di diversi aspetti: differenze di aspettative tra primogeniti e gli altri figli, proiezione sui figli di desideri/rimpianti personali, aspettative eccessive o irrealizzabili, ecc.
Allora facciamo un altro esempio che non riguarda la scuola. Quello che vi riporto è stato argomento di una seduta con un papà preoccupato.
Antonio mi racconta di essere molto preoccupato per suo figlio preadolescente: “si chiude in se stesso, non mi chiede mai di invitare degli amici a casa e quando è a scuola frequenta sempre i soliti due amici. Non capisco perché non riesce a fare amicizia anche con i ragazzi più popolari. A me fa piacere che non voglia conformarsi alla massa ma mi chiedo se faccia così solo perché gli altri non lo accettano…“.
Innanzitutto direi che si tratta di una preoccupazione più che legittima. Tutti sappiamo che la relazione con i coetanei è una cosa importante sia per lo sviluppo di capacità relazionali sia per la formazione della propria identità, che in pre-adolescenza e in adolescenza è un tema molto forte.
E il figlio di questo papà preoccupato cosa dice? Il papà spiega che lui “sta bene, non sembra interessato a fare amicizia con tante persone. Il problema sembro farmelo solo io! Però quando in classe viene escluso ci resta male, io lo vedo“. Anche qui non possiamo che riconoscere che l’essere esclusi, da una conversazione, da un’attività, non può certo essere piacevole. Anche questa esperienza e le emozioni ad essa legate fanno parte della vita. La cosa interessante è che per tutto il tempo il discorso di Antonio si è focalizzato sulla sua preoccupazione anziché su come il figlio stesse reagendo all’essere escluso. Dopo qualche incontro è emerso che la preoccupazione era molto legata ad un aspettativa del papà: che il figlio fosse un leader, inserito nel gruppo dei “fighi”.
Giunto a questa consapevolezza, Antonio non ha smesso di preoccuparsi, ma le sue paure si sono ridimensionate e ha smesso di insistere affinché il figlio facesse amicizia con tutti i compagni. Perché è importante parlare delle interpretazioni? Perché noi diamo un significato al comportamento degli altri e ciò che pensiamo a riguardo influenzerà anche il nostro comportamento nei loro confronti (vedi articolo precedente “La profezia che si autoavvera”).
Proviamo a dare due possibili letture dell’esperienza del figlio di Antonio:

  • non mi chiamano/cercano, allora non sono miei amici, non vogliono avere niente a che fare con me…non valgo abbastanza!
  • non mi hanno chiesto di partecipare perché siamo persone con interessi diversi, preferiscono la compagnia di altri…posso cercare persone con cui condividere passioni comuni.

A loro volta queste interpretazioni, così diverse, si accompagnano a vissuti emotivi, atteggiamenti e comportamenti diversi.
ATTENZIONE! Non ci sono interpretazioni ed emozioni giuste o sbagliate. Ognuna ha una sua validità e va sempre accolta. Quello che l’adulto può fare è fornire una lettura diversa, che possa aiutare il bambino o il ragazzo a divenire consapevole di punti di vista differenti e di come un diverso punto di vista può rappresentare la chiave per sperimentare se stessi in relazione con gli altri in modo nuovo. Non è tutto bianco o nero! Superiamo la visione dicotomica: mi cerca (mi ama), non mi cerca (mi odia). Siamo più complessi di così! E ognuno di noi ha un ruolo nella relazione. Nel caso di Antonio, l’aspettativa (avere un figlio leader) lo ha portato a non riconoscere che suo figlio fosse diverso e non fosse interessato ad assumere questo ruolo all’interno di un gruppo.

Vuol dire che non dovremmo avere aspettative? Certo che no! Anche provandoci, sarebbe impossibile privarsene. Aspettative e credenze fanno parte di noi. Ma…

Se non siamo disposti a cambiare le nostre idee come possiamo pensare di cambiare le cose?

La cosa da ricordare è che le nostre aspettative possono essere ridimensionate e rivisitate in base a chi abbiamo di fronte. Teniamo a mente l’obiettivo: educare, nel rispetto delle capacità, degli interessi e delle inclinazioni di ciascuno. Facciamo sì che le nostre aspettative accompagnino e guidino bambini e ragazzi verso piccole e grandi soddisfazioni.


1Effetto Pigmalione – descrizione approfondita:
https://www.stateofmind.it/2016/02/effetto-pigmalione-esperimento/

Articolo di
Dzenita Voltattorni M.

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