La storia di Luca. Quando fare del nostro meglio non è abbastanza.

Luca ha sette anni ed è spesso arrabbiato. Arrabbiato con tutti! Ed è triste perché pensa di non saper fare niente. Ma Luca non piange mai, no. Luca si infuria, picchia, morde, urla, da calci e lancia cose. Poi scappa via. Si nasconde. E aspetta che qualcuno lo trovi. Aspetta che qualcuno, nonostante la sua rabbia, abbia voglia di cercarlo. Luca non accetta le emozioni positive, l’affetto. Se gli dici che sei orgogliosa di lui e che è stato proprio bravo, lui continua a ripetere “non so fare niente”. 
Ho conosciuto Luca a scuola, dove mi avevano chiamata per cercare di aiutarlo. Da subito le insegnanti mi hanno spiegato che facevano molta fatica a gestirlo perché lui si alzava spesso dal posto e iniziava a dar fastidio ai compagni, interrompendo le lezioni. Avevano bisogno di qualcuno che riuscisse a contenere il bambino e gli insegnasse a comportarsi secondo le regole. E quel giorno ho fatto un grande errore. Ho pensato di progettare il mio intervento concentrandomi sulle regole e sulla disciplina, dimenticandomi la cosa più importante: le emozioni! Ho passato molti giorni, troppi, a far riflettere Luca sul suo comportamento e a cercare strategie per aiutarlo ad incanalare la rabbia e ad esprimerla in modo meno distruttivo. Ma ne ho passati pochi ad ascoltarlo davvero, a dare voce alla sua sofferenza. Perché Luca stava vivendo una situazione delicata in famiglia. I suoi genitori infatti stavano affrontando una separazione conflittuale. Allora cos’è successo? Io lo chiamo effetto ping-pong (di responsabilità)! La scuola dava la colpa alla famiglia e la famiglia alla scuola. Una realtà comune in situazioni come questa. Ma dov’è sta la verità? Probabilmente nel mezzo. E l’unico modo che avevamo per aiutare Luca era mettere da parte i pensieri negativi, fare fronte comune nonostante le divergenze. Ma era difficile. La rabbia di Luca era proprio contagiosa, peggio dell’influenza! E tutti intorno a lui facevano fatica a mantenere la calma quando lui aveva una “crisi”. Quando si arrabbiava e provavi a fermarlo, iniziava a picchiarti o a lanciarti contro qualsiasi cosa gli capitasse a tiro. Diventava un piccolo Hulk! E allora in due o in tre lo portavamo fuori dalla classe per cercare di calmarlo. Ricordo che a volte mi faceva talmente male che non riuscivo proprio a rimanere calma, gli gridavo di fermarsi e cercavo di tenerlo fermo.
Ma la guerra a chi grida più forte ha solo perdenti!
Quando si calmava Luca chiedeva scusa e spiegava che non riusciva a controllare le sue reazioni. Allora io gli chiedevo “ti va se cerchiamo insieme un modo per far uscire la rabbia senza far male a nessuno?” E la sua risposta era sempre “sì, ci voglio provare”. E anche io ci volevo provare e volevo coinvolgere insegnanti e famiglia, provando a superare le incomprensioni reciproche. Grazie al confronto con altre persone, colleghi e altre persone che conoscevano Luca, sono riuscita ad accorgermi del mio errore e di come, nonostante stessi facendo del mio meglio, non stessi facendo abbastanza. Si poteva e bisognava fare di più! Mettersi in discussione, mettere in pausa il progetto e ridefinire gli obiettivi. L’ho fatto. L’obiettivo è diventato aiutare Luca ad aprirsi e a parlare della sua sofferenza…cercare insieme una dimensione di serenità. Ma era metà aprile. C’erano i compiti, le verifiche del secondo quadrimestre. E l’alleanza scuola-famiglia si era ormai affievolita moltissimo. L’anno scolastico finisce e passo l’estate a confrontarmi con me stessa e con altri colleghi. Era centrale ristabilire la fiducia tra scuola e famiglia e forse potevo essere io a fungere da mediatore nel conflitto. A settembre saremmo ripartiti in modo diverso. Avremmo progettato insieme gli interventi da fare. Avremmo imparato dai nostri errori! Ancora non sapevo che Luca non lo avrei più rivisto. 
Eh già! Una settimana prima di rientrare a scuola scopro che Luca ha cambiato istituto e che lo avrebbe seguito qualcun altro al mio posto. Ho provato a concordare un incontro per salutarlo, ma la scuola non ha voluto perché temevano di influenzare la relazione che si stava creando con le nuove figure che si sarebbero occupate di lui. Forse è stato meglio così. Ho scoperto che le cose andavano meglio con i nuovi insegnanti, non benissimo, non alla perfezione, ma meglio. E questo è un buon punto di partenza.
È passato qualche anno ma Luca è ancora nei miei pensieri. Conoscendolo ho imparato che sbagliare è umano e sbagliare sotto stress è forse inevitabile. Ma l’obiettivo non è essere perfetti e non sbagliare mai. L’importante è tentare e ritentare. Frenare l’orgoglio e placare i giudizi. Comprendere prima di agire. Entrare in contatto, emotivamente, prima di educare. 
Andiamo oltre “il nostro meglio”!

Dzenita Voltattorni M.

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