DSA e ADHD: essere o avere?

Tempo fa in un post su facebook una mamma ha scritto un commento che mi ha fatto riflettere. Quando parliamo di Dsa e Adhd, due condizioni neurobiologiche, è meglio dire che un bambino “ha un Dsa/ha l’Adhd” o “è un Dsa/Adhd”? Credo che tra queste due visioni vi sia una notevole differenza e che quando descriviamo qualcosa o qualcuno sia importante scegliere con cura le parole. 
Vi spiego perché preferisco la prima. Ho usato la parola “preferisco”, perché non posso affermare che l’altra visione sia a priori scorretta; posso solo parlare delle mie percezioni e di quello che ho imparato venendo a contatto con bambini e ragazzi con Dsa e Adhd.  
Immaginiamo di dover rispondere alla domanda: “Chi sei?”. Probabilmente molti di noi, me compresa, inizierebbero a dire il proprio nome, l’età, l’occupazione lavorativa. Qualcuno potrebbe parlare del proprio aspetto fisico, del carattere, della personalità. Altri racconterebbero sé stessi attraverso gli occhi degli altri, descrivendosi con le parole di familiari, amici e colleghi. Alcuni elencherebbero le loro passioni, i loro passatempi. Un altro aspetto che può caratterizzarci e che fa parte del “chi siamo” è la nostra condizione fisica/mentale: depressione, emicrania, ansia, scoliosi, diabete, ecc. Ho nominato alcune problematiche, piuttosto comuni, che condividono un aspetto: anche se sono sotto controllo farmacologico/terapeutico restano parte di noi e ci accompagnano più o meno intensamente a seconda dei casi. Bisogna tenerne conto, riconoscerle e conoscerle, per poterle affrontare e gestire.  Dsa e Adhd. Anche loro possono far parte di noi. E se così fosse, dobbiamo imparare a conoscerli, a conviverci, a gestirli. Sono delle condizioni neurobiologiche, legate ad un diverso funzionamento cerebrale. Il cervello processa le informazioni in modo differente e reagisce a volte in modo poco efficace/efficiente. Per questo li chiamiamo “disturbi”, perché interferiscono con attività importanti della nostra quotidianità. Ciò che siamo racchiude tutto ciò che ci riguarda, tutti gli aspetti appena elencati, che si sono incastrati come pezzi di un puzzle per produrre qualcosa di unico: noi, nella nostra interezza. Noi siamo il tutto. E come dicevano saggiamente gli esponenti della psicologia della Gestalt “il tutto è più della somma delle singole parti”. Quello che noi siamo diventati è dato dall’interazione tra la genetica e l’esperienza di vita. Perciò definirsi o definire qualcun altro sulla base di un singolo aspetto significa non rendere giustizia al nostro essere, che è qualcosa di intimamente complesso.  Questa è la sensazione che ho avuto quando ho sentito qualcuno descriversi dicendo “sono un DSA” oppure quando ho sentito alcuni insegnanti dire “il bambino ADHD”. Come dicevo all’inizio, è una percezione del tutto soggettiva. Ma per questo motivo tutte le volte che parlerò con uno dei bambini/ragazzi nel mia attività professionale farò di tutto per considerare ogni aspetto, ogni sfumatura, e per far sì che anche loro riconoscano che un’etichetta diagnostica non può e non dovrebbe racchiudere l’identità di una persona.


Articolo di
Dzenita Voltattorni

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